Parola e vita

di Pietro Cioli

Nella bibbia si trovano altri racconti di ritorno in vita/risurrezione nei cicli di Elia ed Eliseo (1Re 17,17-24; 2Re 4,18-37; 13,21)  e nel NT, la figlia di Giairo (Mc 5,21.43), il figlio della vedova di Naim (Lc 7,11-17),  Tabità e il ragazzo precipitato dal balcone ( At 9,36-42; 20,7-12), ma la storia di Lazzaro è unica per il grande risalto dato al segno.  Nel quarto vangelo è un episodio centrale, una sorta di sezione ponte che favorisce la transizione meno brusca possibile tra prima (1-12) e seconda parte del racconto (13-21) e appare un nodo narrativo insostituibile dell’intreccio: è quanto accade qui che sollecita la deliberazione, poi effettivamente attuata, di uccidere Gesù.
Sorprende che gli altri vangeli non ne parlino ed è evidente l’amalgama tra la tradizione ricevuta e l’intervento redazionale di Giovanni che colloca il miracolo a ridosso della pasqua di Gesù, facendone il segno di un Messia acclamato vincitore della morte: “intanto la folla, che era stata con lui quando chiamò Lazzaro fuori dal sepolcro e lo risuscitò dai morti, gli dava testimonianza” (Gv 12,17).  Tuttavia la storicità del miracolo non è stata mai messa in dubbio nell’antichità ed è significativo che negli ossari di Gerusalemme, datati I sec, sia attestato il nome di Lazzaro e delle due sorelle.
Ma addentriamoci nel mistero di questa malattia mortale eppur “non per la morte”. Dopo molte guarigioni di malati lascia perplessi che Gesù non sia intervenuto per tempo proprio con l’amico Lazzaro. Le parole sul sonno confondono pure i discepoli (Gv 11,11-13) e sconcerta la misteriosa euforia di Gesù volta a far crescere la fede: “Lazzaro è morto ed io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate” (Gv 11,14). Per chiarire l’enigma va posta attenzione a chi fosse Lazzaro: non uno qualunque ma un suo amico, “colui che Gesù ama”.
La morte di chi amiamo, sempre mette a nudo la nostra umanità. In lui noi vediamo anticipata la nostra morte e sentiamo, nel perdere Lui, di perdere una parte di noi. Anche Gesù ne è turbato e si emoziona fino alle lacrime. Proverà un turbamento altrettanto forte nell’imminenza della sua stessa morte (12,27) e per il tradimento di Giuda (13,21). Il pianto di Gesù è carico di molti sentimenti: il turbamento per la propria morte, ma anche la sorpresa per il dolore provocato in Marta e Maria dalla sua assenza e la ferita per la perdita di una persona cara. Il suo pianto, come quello di chiunque, confessa l’umana impotenza a trovare gesti o parole adeguate in tali momenti. Scoppia a piangere quando gli dicono “Vieni e vedi”, parole che molte volte era stato lui a dire, come se questa volta toccasse a lui imparare qualcosa e farsi guidare. Questo ci pare il centro della storia: il Figlio di Dio, colui che non si vergogna di chiamarci fratelli, impara l’obbedienza al Padre e l’amore per l’altro dalle lacrime, come in altre occasioni dalla fame o dalla sete.
Il suo umanissimo coinvolgimento emotivo è proprio quel che lo prepara a quel salto di qualità che lo porterà poi a dare la vita sacrificando se stesso. Non si può imparare in altro modo la dedizione di sé: è necessario passare attraverso la compassione e una piena umanità. Perché mai invece noi mettiamo così tanta distanza tra le passioni umane e le cose di Dio?
Per comprendere ancora meglio dobbiamo ora considerare l’intero racconto. Le vibranti emozioni di Gesù sono incluse in due parole di grande serenità e fiducia: quella iniziale “non per la morte ma per la gloria diDio” (Gv 11,4) e il rendimento di grazia finale: “Padre ti rendo grazie perché mi hai ascoltato” (Gv 11,41). L’amore umanamente appreso sino alle lacrime è così racchiuso in parole che dicono certezza piena e fiducia totale, simili a quelle destinate alle due sorelle. Gesù non si sottrae alla reazione che la morte arreca nei congiunti e confida di poter condurre Marta e Maria alla fede. La fiducia in Gesù, la convinzione di potere ricevere molto da Lui fanno la differenza in chi vuole affrontare la vita senza mai smettere di amare.
Solo alla fine, con un effetto “suspense”, dopo il pianto, il dialogo e l’invocazione, Gesù colma la distanza fatale che lo ha separato dall’amico morto. Con un forte grido lo chiama a sé: “Lazzaro, vieni qui, vieni fuori!”. Una voce, quella di Gesù, che da la vita e che persino i morti possono udire. Gesù non è un amico qualunque e porta Lazzaro nello spazio della sua relazione intima con il Padre.
La voce di Gesù, la sua amicizia possono fare molto per noi: avvicinarci a Dio come non osiamo più sperare possibile e restituirci a quella umana compassione che talora ci pare di non saper più provare.

Tu sai bene del pianto
che non lascia parole
nel silenzio mortale
di coloro che ami.
Tu che sfidi la morte
che minaccia ogni fede
dei tuoi fragili amici
abbi cura mio Dio.
(dal canto Io ti cerco Signore)