Mille colori

di Silvia Adami

15 giugno 2020: Mauro Pazzi, classe 1976 diventa Padre Mauro, destinato dal Signore a portare l’annuncio della Salvezza in Messico! Me lo ricordo ancora quel giorno, quale gioia! Per me infatti  era la prima volta che assistevo ad un’ordinazione sacerdotale e sono rimasta molto colpita dai segni e dalle parole della celebrazione, così belli da togliere il fiato. Gesti che, nel momento solenne del sì definitivo a Gesù di quei giovani uomini, toccavano come una grazia anche noi! Non dimenticherò quel vento e quella pioggia che, nel bel mezzo della celebrazione, sono scesi a scuotere e benedire le anime di tutti i presenti, raccolti in preghiera nel giardino del Seminario del Pime a Monza, in quel caldo pomeriggio di “quasi” estate. Sono certa che molti di noi si ricorderanno Mauro per il servizio speso nella nostra parrocchia durante i fine settimana e l’oratorio estivo, per il suo esserci premuroso e disponibile verso i ragazzi. Ecco allora il desiderio di raggiungere un amico della nostra comunità per farci raccontare, in una intervista a distanza, come procede la sua nuova vita da missionario!
Padre Mauro, la prima domanda che vorrei farti è questa: “sei partito per il Messico a dicembre, subito dopo Natale, con tale gioia da sfidare gli ostacoli burocratici di tamponi e quarantene per via del Covid. Da cosa nasceva tale ardore di andare? cosa vuol dire andare in missione?”
“Cara Silvia, sono partito per il Messico, lo scorso dicembre, per diverse ragioni e motivazioni. Più o meno chiare. La prima credo per contemplare le cose belle che Dio ha fatto nel mondo. La seconda è una motivazione più concreta: i miei confratelli missionari del PIME in Messico, hanno bisogno di una mano. La terza ragione forse è più di carattere esistenziale: credo che nella vita sia più importante realizzare ciò che si è di ciò che si vuole, o meglio, ciò che si vuole dovrebbe essere una conseguenza di ciò che si è. L’andare in missione credo faccia un po’ parte del mio essere, della mia natura. Tuttavia non so cosa significhi andare in missione. Da un lato non ho ancora iniziato una pastorale missionaria, adesso sono qui a Città del Messico solamente come ospite e studente, dall’altro lato Gesù ha detto: «Andate…», ma non ha specificato dove, come, perché…. Certamente ha dato una indicazione: non portate nulla con voi, se non l’essenziale per una sopravvivenza”.
“E com’è stata l’accoglienza che hai ricevuto? Adesso che hai trascorso già tre mesi tra loro, cosa puoi raccontarci della gente messicana? C’è qualcosa che ti ha colpito, in modo particolare, di questo popolo?”
“Da quando sono qui cerco di coltivare l’amicizia della comunità locale che mi ospita e condividerne la vita e la cultura. Devo riconoscere che finora mi hanno accolto con altrettanta amicizia e disponibilità ad aiutarmi per qualsiasi necessità, e questo penso faccia parte della cultura del popolo messicano. Ad esempio i padri missionari di Guadalupe (Istituto che mi ospita), mi raccontano che se uno straniero va in casa di una famiglia messicana, il primo gesto che compie questa famiglia è dare da mangiare all’ospite, in quanto il cibo rappresenta la vita e il significato di questo gesto è donare vita al prossimo. E questo gesto non è solo culturale, è anche religioso; è presente in tutta la bibbia ed è quello che ha fatto Gesù. Devo riconoscere anche che tutte le comunità che mi hanno ospitato durante gli anni del seminario, mi hanno sempre accolto con tanta amicizia e generosità, proprio come la comunità della parrocchia GMG, a cui sarò sempre grato e amico. Forse questa dimensione dell’accoglienza e della condivisione di ciò che si ha e di ciò che si è, mi colpisce in modo particolare in questo popolo. Ricordo la prima volta che venni qui in Messico, nel 2016, un ragazzo che viveva in una casa molto piccola, molto semplice, mi disse: «Mi casa es tu casa» (penso non ci sia bisogno di tradurre), e io appena lo conoscevo. Dietro a queste parole c’è il desiderio di condividere la vita, di condividere se stessi. E la stessa frase ha ripetuto la comunità che mi ospita al mio arrivo qui in Messico lo scorso dicembre.
Forse potrà sembrare uno slogan sociale o culturale, però di fatto è una dimensione e un atteggiamento molto presente nella gente messicana. E penso non solo nel popolo messicano, ma in tutti i popoli meno abbienti. Perché quando una persona, un popolo, una nazione, ha tante cose, potrà anche arrivare a condividere ciò che ha, ma quando una persona ha niente inizia a condividere ciò che è, ha condividere se stesso; e questo è molto più bello e importante”.
“Pensando al prossimo futuro, quali progetti ti aspettano? Quali aspettative nutre il tuo cuore di giovane missionario?”
Circa i progetti per il futuro l’idea è di rimanere a Città del Messico fino a dicembre 2021 per studiare lo spagnolo. E a gennaio raggiungere la missione che il PIME ha nello Stato del Guerrero, in territorio montuoso, dove vivono più di trenta comunità indigene, native di quei luoghi. Persone che hanno mantenuto i loro usi, costumi e il proprio idioma. Lì, in un villaggio che si chiama Concordia vivono due padri missionari del PIME che quasi ogni giorno, da soli o insieme ad alcune suore, cercano di raggiungere un villaggio diverso per celebrare insieme alla comunità l’Eucarestia o per fare una catechesi, sempre in un atteggiamento di rispetto, condivisione e dialogo. L’idea è quella di incontrare ogni giorno una comunità diversa in modo tale da visitare almeno una volta al mese ciascuna comunità. Indicativamente questo è quello che mi aspetta nel prossimo futuro come pastorale missionaria. Il prete missionario qui in Messico però non ha “solo” un ruolo pastorale-liturgico, ma anche politico-sociale, nel senso che spesso svolge la funzione di portavoce fra le comunità, di confronto con i capo villaggio, con i rappresentanti delle istituzioni: scolastica, militare, sanitaria. È chiamato, quando viene richiesto, a esprimersi nei confronti di un evento o di un problema. Ad esempio, notizia di qualche giorno fa, la “polizia” locale di alcuni villaggi nello Stato del Guerrero, dove vivono i missionari PIME, sta armando di fucili i bambini dei villaggi, nel tentativo di formare dei piccoli eserciti che, insieme alla polizia, cercheranno di proteggere i propri terreni di fronte alle continue pressioni dei narcotrafficanti di droga (non locali), che cercano di usurpare tali terreni per realizzare le loro piantagioni di oppio. In questo link trovate l’articolo con le foto: https://elpais.com/elpais/2021/04/11/album/1618097552_923404.html Capite che è un problema sociale, morale, e di coscienza. Bambini, che hanno diritto a giocare e all’educazione, si trovano con un fucile in mano pronti a sparare e uccidere. Contadini minacciati di violenza dai narcotrafficanti se non cedono ad essi i loro terreni. Evidentemente è un problema molto grave, molto serio e delicato verso cui non è facile trovare una soluzione. Fortunatamente non sono solo cattive notizie a coinvolgere queste persone, ci sono anche buone notizie, come ad esempio le dinamiche umane di condivisione, solidarietà e gratuità che emergono fra queste comunità. E sottolineo questi valori per rispondere all’ultima domanda: quali aspettative come missionario? Attraverso la gratuità, la condivisione e la solidarietà con la gente a cui sono inviato, nutro un desiderio di felicità reciproca. Penso che il desiderio di felicità sia il desiderio profondo di ogni persona umana. E credo che tale felicità si costruisca nel conoscere l’altro, nell’accoglierlo nella propria casa, nell’ospitarlo e nel condividere la sua vita, la sua filosofia, la sua religione, la sua nazione, come fosse la propria. È un rischio? Sì, ma quando la vita non è un rischio? E anche quando non ti esponi al rischio, sicuramente la vita rimane imprevedibile. La pandemia in atto ci insegna qualcosa. Il cristiano, ma penso ogni persona umana, deve avere il coraggio di aprirsi all’alterità, di essere curioso e bisognoso dell’altro andando al di là del vicino, del familiare, del consanguineo, incontrando l’estraneo e il diverso. Il “declino” di una persona, e forse la fine di una cultura, o di una religione, inizia quando non trova più dentro di sé alcuna motivazione per allacciare il proprio destino a quello degli altri, cioè quando non esiste più l’inter-esse. Ciò che distrugge il legame sociale, ma anche il legame familiare o di amicizia, è una relazione ridotta al solo mercato o a mercato fra equivalenti: io ti offro dei beni (di qualsiasi tipo), e tu ne offri a me; così ciascuno soddisfa i bisogni dell’altro. Coltivare la virtù della gratuità, della condivisione e della solidarietà è irrinunciabile dal punto di vista della relazione sociale, ma anche per un’alternativa all’economicismo in cui siamo tutti caduti. I risultati verranno inevitabilmente provocati da questa nuova linfa del dono gratuito. Se la logica del gratuito verrà posta all’inizio di ogni rapporto interpersonale, interculturale, interreligioso, internazionale, si potrà aprire un’era nuova anche di efficienza, di giusta ripartizione e di reciproca felicità”.
Grazie Padre Mauro per tutto quello che ci hai raccontato, ne faremo tesoro! Puoi contare sempre sulle nostre preghiere! Il Signore benedica il tuo cuore! Silvia, con tutta la comunità di GMG.