Sottovoce

di Maurizio Dell’Acqua

Talvolta mi è capitato di sentire dalla gente che la paura sviluppa il coraggio. Non so se questo sia vero. Probabilmente si trattava di piccoli problemi. Ma i piccoli problemi non hanno bisogno di coraggio per essere risolti. La paura è piuttosto la minaccia di un pericolo che proviene da quanto è a noi sconosciuto e il coraggio è la risposta che sappiano dare a quella minaccia. Soprattutto il coraggio è una qualità di pochi. In particolare di alcuni incoscienti che fronteggiano il nemico armato di alabarda con un semplice temperino, sperando di sopraffarlo. È passato esattamente un anno, da quando, nel bel mezzo dell’inverno, dalla televisione cominciarono a parlare di un nemico sconosciuto. Temibilissimo, perché pure invisibile. Così ci hanno obbligato a chiuderci nelle nostre case e ci hanno pure consigliato di stare attenti a chicchessia. Ci hanno imposto di non uscire in alcun modo, se non in caso di assoluta necessità. È stato allora che la paura, piano piano, si è insinuata nei nostri pensieri. Ci siamo ritrovati a dubitare di chiunque, persino dei nostri fratelli. Abbiamo calcolato accuratamente i tempi per non incrociarci con i nostri vicini, elaborando anche strategie notturne per andare a buttare la spazzatura nei bidoni allineati nei cortili. E così ci siamo riscoperti impauriti e soli. Ma da che parte sarebbe arrivato il nemico? Nessuno ha saputo dircelo. Per proteggerci abbiamo imparato ad usare le mascherine come elmetti e i guanti come scudi. Ma tutto questo non è bastato, il nemico è venuto e ha compiuto stragi, dappertutto. E allora che ci siamo riscoperti patrioti e dai balconi abbiamo esposto il Tricolore e cantato l’inno che ci unisce, riconsiderandoci fratelli. Flash mob alla moda statunitense, ma da lontano, perché già da allora erano vietati gli assembramenti. È vero, ci siamo sentiti un po’ meno soli, ma le notizie dai telegiornali erano veri e propri bollettini di guerra, con qualche eroe e tanti caduti.
E, sistematicamente, ricadevamo nella paura. “Se va avanti così, quest’anno non festeggeremo nemmeno la Pasqua”, diceva qualcuno, sperando che questo anatema facesse scomparire d’incanto quel diavolo di un virus.  È stato proprio in quei giorni, verso sera, esattamente il 27 marzo di un anno fa, quasi alla fine della Quaresima, che papa Francesco – nonostante la non più verde età –, sotto una pioggia battente e senza ombrello, vistosamente sofferente per una zoppìa, in una Piazza San Pietro completamente deserta per colpa di quel dannato nemico, trovò il modo per dimostrare tutto il suo coraggio di credente. E lì, in quel luogo desolato, raggiunse a fatica il baldacchino al centro del sagrato, ancorato con cura per proteggerlo dalle intemperie.  Appena si sedette, un solerte presbitero cominciò col leggere il brano del vangelo della tempesta sul lago di Tiberiade – (Marco 4, 35-41) – Quella voce straziante e il baluginare delle luci dei grandi lampioni, incredibilmente oscurati da quell’acquazzone insistente, davvero lasciavano rassomigliare quei momenti alla burrasca sul lago delle Sacre Scritture. Finita la lettura, il presbitero si ritirò da parte e il pontefice rimase solo. S’alzo lentamente. Zoppicando, si avvicinò ad un leggio e, prima di ogni altro commento, pronunciò le stesse parole degli apostoli, travolti dalla tempesta sul lago: «Maestro, non t’importa che noi naufraghiamo?» Indimenticabile!
Lì sta il vero coraggio: nella forza di volontà di rivolgersi al Signore, nonostante egli sembri distratto da ciò che ci accade e che nulla gli interessi del nostro destino. Ed è questa la domanda che ci salva. Perché Lui, dopo averci rimproverato per la nostra poca fede, ci sottrarrà dalle furie della tempesta, permettendo che si faccia gran bonaccia e concedendoci di ritornare presto ad abbracciarci.