Scrittura e scritture

di Carmelo Santoro

Jean Valjean viveva consumandosi nell’odio. Era stato condannato a diciannove anni di lavori forzati perché aveva rubato un tozzo di pane, e neanche per se stesso. La sua vita era un tormento, tra le immani fatiche che la pena comportava, le vessazioni dei carcerieri e il veleno del rancore, ogni giorno più furioso. La situazione non cambiò quando ebbe il permesso di uscire dal bagno penale in regime di libertà vigilata: tutti lo scacciavano e lo evitavano, perché il suo sbaglio è un marchio a fuoco, come se chi sia stato delinquente è destinato ad esserlo per sempre.
Mi chiamo Jean Valjean; sono un galeotto. Ho passato diciannove anni al bagno…stasera arrivando in questo paese sono stato in un albergo, mi hanno mandato via a causa del mio passaporto giallo (un documento che attestava il suo status di condannato in libertà vigilata, n.d.e.) che avevo fatto vedere al municipio. Era necessario. Sono andato a un altro albergo: mi hanno detto: vattene! Da un luogo ad un altro! Nessuno ha voluto saperne di me: sono stato alla prigione, il carceriere non mi ha aperto. Sono stato nella cuccia di un cane, il cane mi ha morsicato e mi ha scacciato, come se fosse stato un uomo. Si sarebbe detto che sapeva chi ero. Me ne sono andato nei campi per dormire sotto le stelle, ma non ce n’erano…”
Siamo nella Francia dei primi anni dell’Ottocento, ma evidentemente certi pregiudizi sono passano mai di moda.
Ad un tratto, nel suo disperato girovagare, Jean Valjean si imbatte in una donna, che gli indica la casa del Vescovo Myriel. Questi era un semplice prete di campagna innalzato alla carica vescovile dallo stesso Napoleone, rimasto colpito dalla semplicità e bontà d’animo del prelato.
Entrò, fece un passo e si fermò lasciando dietro sé la porta aperta. Aveva lo zaino sulle spalle, il bastone in mano, con negli occhi un’espressione rude audace stanca ed eccitata. Il fuoco del camino lo rischiarava; era orribile; un’apparizione sinistra.
La signora Magloire non ebbe neppure la forza di gettare un grido; sussultò e restò a bocca aperta. La signorina Baptistine si volse, scorse l’uomo che entrava e si rizzò in mezzo per la paura…”
Il vescovo Myriel, invece, non era affatto turbato dalla presenza dell’ospite
Madame Magloire: mettete un coperto in più”.
In breve: Jean Valjean fu accolto, rifocillato e ospitato per la notte.

  • Signor curato: siete buono. Non mi disprezzate: mi accogliete in casa vostra, accendete per me le vostre candele. Eppure, non vi ho nascosto da dove venivo e che sono un miserabile.

Il vescovo gli si sedette vicino, gli toccò con dolcezza la mano.

  • Non avevate bisogno di dirmi chi eravate; questa non è la mia casa, è la casa di Gesù Cristo. Questa porta non chiede a colui che entra se ha un nome, ma se ha una sofferenza. Voi soffrite, avete fame e sete, siate il benvenuto… Che bisogno ho di sapere il vostro nome? D’altronde prima che me lo diceste ne avevate uno che conoscevo.

  • Davvero? Sapevate come mi chiamo?

  • Sì: vi chiamate mio fratello.

Jean Valjean trascorre la prima parte della notte in casa del vescovo Myriel. Poi, svegliatosi, non resiste alla tentazione e ruba l’argenteria fuggendo prima dell’alba.

L’indomani, al sorgere del sole, il vescovo Myriel passeggiava in giardino, quando la signora Magloire corse verso di lui tutta sconvolta.

  • Monsignore, monsignore – gridò – Vostra Eccellenza sa dov’è il paniere dell’argenteria?

  • Sì – disse il vescovo.

  • Geùddio sia benedetto! Non sapevo dove fosse andato a finire.

Il vescovo aveva allora raccolto il paniere da una aiola: lo porse alla signora Magloire.

  • Eccolo.

  • Ebbene? – disse quella – è vuoto, e l’argenteria?

  • Ah – replicò il vescovo – dunque è l’argenteria che vi preoccupa? No, quella non so dove sia.

Più tardi, dopo un pranzo appesantito dai brontolii della signora Magloire, la quale faceva fatica ad accettare che “per mangiare la minestra è più che sufficiente un cucchiaio di legno” e che quindi non erano indispensabili le posate d’argento, bussarono alla porta.

  • Avanti – disse il vescovo

L’uscio si aprì: un gruppo strano e violento apparve sulla soglia: tre uomini ne tenevano stretto un quarto per il bavero: tre erano gendarmi, il quarto era Jean Valjean. Un brigadiere di gendarmeria che sembrava comandare il gruppo…entrò, si avvicinò al vescovo salutando militarmente.

Myriel, intanto, si era accostato con tutta la sveltezza concessagli dall’età avanzata.

  • Ah eccovi! – esclamò guardando Jean Valjean – sono lieto di vedervi. Ma come? Vi avevo regalato anche i candelieri che sono d’argento come il resto e dai quali potrete ricavare almeno duecento franchi. Perché non li avete presi con le vostre posate?

Jean Valjean spalancò gli occhi e guardò il venerando vescovo con una espressione che nessun linguaggio umano potrebbe rendere.

  • Se ne andava come uno che scappa– riprese il brigadiere – ma se è così possiamo lasciarlo andare?

  • Senza dubbio – rispose il vescovo

I gendarmi liberarono Jean Valjean, che indietreggiò.

  • Davvero sono libero? – disse con voce quasi inarticolata e come se parlasse nel sonno

  • Sì, si libero, non senti? – disse un gendarme

  • Amico mio – ripigliò il vescovo – prima di andarvene, ecco i vostri candelieri. Prendeteli.

Si accostò al caminetto, prese i due candelieri d’argento e li portò a Jean Valjean; le due donne lo guardavano agire senza una parola, senza un gesto, senza uno sguardo che potesse disturbarlo…

Jean Valjean non si libererà mai più di quei due candelabri: essi rappresentano il mistero dell’evento che ha cambiato per sempre la sua vita.

Laddove ha abbondato il peccato, la grazia ha sovrabbondato (Romani, 5-20)

In un solo istante la potenza dell’amore di Dio irrompe fragorosa nella vita di Valjean, prosciugando per sempre le fonti del rancore di cui viveva schiavo, e liberandolo come colui che può donarsi senza misura (ciò che in seguito Jean Valjean farà per tutta la vita) perché senza misura si riconosce amato.

Victor Hugo, I miserabili.